Tangeri – Inshallah

Lungo la banchina del porto di Tangeri, giornata afosa e non del tutto soleggiata, si sente odore di porto confuso. L’unica cosa è seguire quelle insegne rosse della FRS per tentare di trovare il gruppo che dovrebbe rappresentare il “tour” della città, già organizzato dall’Italia. Mi si avvicina un signore alto, calvo, faccia oblunga, occhi profondi come quelli degli arabi, e mi chiede: “private?” Alla fine capisco che voleva sapere se avessimo riservato una escursione con guida privata, e questo non era il nostro caso (anche se aveva rappresentato la nostra prima scelta poi – fortunatamente – scartata). Quel “private” mi suonava familiare, con un accento molto vicino alla mia infanzia, ma lasciamo perdere, visto che siamo in Africa e gli USA ce li dobbiamo proprio scordare, a meno che di non volersi beccare una giornata in gattabuia.

Guarda un po’, quel tipo che mi aveva ingannevolmente blandito con l’illusione della visita privata, beh era la guida del gruppo. Bla bla bla, soliti convenevoli in pullman, gita, casbah, shopping, e quel suo accento araboamericano mi incuriosiva sempre di più. La gita sta per terminare, ed il nostro signore arabo ci concede 45 minuti di tempo libero passato a respinegere con poca fortuna venditori di disperazione con souvenir improbabili che in parte abbiamo “accattato” (il paragone con Napoli non è del tutto casuale). “I have no more money” gli dico tanto per scherzare, mentre sorseggiava un the alla menta al bar Tangier, e lui abbozza un sorriso di circostanza. Io, come un cretino, dopo cinque dico cinque minuti gli accenno “I’m done” (ed in effetti ci hanno ammazzato i venditori), beccandomi senza mezzi termini la sua irritazione a fronte del mio scherzare. No, questo non era chiaro: l’arabo continua dicendomi che ci aveva avvertito, che dovevamo allontanare i venditori, ed a un certo punto si tradisce facendo trasparire la sua contrarietà per questa situazione. Allora, siamo in sintonia: ci testimoniamo a vicenda la sensibilità verso il popolo, verso la dignità della vita soprattutto dei più piccoli costretti a vendere gomme americane (bella l’ironia nei paesi arabi), verso la latitanza del governo e l’insensibilità dell’occidente. Io avevo ragione, quel “private” lo conoscevo, l’arabo aveva studiato a Chicago, era ingegnere elettromeccanico ed aveva abbandonato gli USA solo per amore del suo popolo rinunciando ad uno stipendio di insegnante universitario. La Casbah? Molto interessante, ma la conoscenza di quel signore “private” lo è stata molto di più.

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