Il BarLume

Non ho mai ricevuto grandi emozioni dalla comicità toscana, tuttavia non posso negare che alcune situazioni sono buffe, soprattutto quando sono delicate e démodé.

Questi vecchietti del BarLume mi hanno fatto sempre un po’ tenerezza, ed io me li sono immaginati un po’ ovunque nelle mie gite, a vederli parlare e fare congetture su chissà cosa.

Sfortunatamente, quel bar si immancabilmente si svuota, e le congetture ci si riduce a farle con un cellulare senz’anima.

Tears for fears

Il mio sguardo si perde verso la val di Cecina su un tornante, con un panorama a me sconosciuto, e mi viene in mente il nome del gruppo musicale.

Nulla di più appropriato dopo la visita all’ex manicomio di Volterra, sperdutamente abbandonato su una collina, in mezzo a un boschetto, diroccato, transennato. Insomma, è chiuso. 

Un luogo delle anime perse, come ci dice Andrea, figlio di un infermiere psichiatrico volterrano, che ci guida attraverso le grida degli anni trenta nei corridoi dalle bianche mattonelle, l’elettroshock, i neurolettici, la lobotomia. 

NOF4, Fernando “Oreste” Nannetti da Roma, messo a Santa Maria della Pietà per oltraggio a pubblico ufficiale e poi trasferito a Volterra, se li fa un po’ tutti i reparti e si becca anche la peggiore contenzione (ironicamente proprio Charcot si doveva fregiare di questa bella dedica di reparto); tuttavia lui scrive la sua vita di libertà su 180 metri di muro del padiglione giudiziario Ferri con la fibbia della sua cinta in 10 anni, il suo “elemento umano che si allunga e si accorcia” vede la legge Basaglia – via i lucchetti! – ma lui muore lì, nel 1994. Da libero cittadino, ma non è tornato mai a Roma. 

Questa è la sua storia di inclusione.

Ognuno che si rivolge a noi per qualsiasi motivo esso sia, vuole essere ascoltato, e non solo udito, vuole la consapevolezza di colui con il quale si sta relazionando. Nel lavoro che svolgo tutti i giorni proprio la certezza della rapporto umano si sta affievolendo, per una sorta di prevaricazione o istinto di sopravvivenza dettati dalla paura, o più banalmente dalla mancanza di amore.  

Questa è una storia di ascolto, e di inclusione.

Shooting my Holy Land

Sono stato ispirato da Josef Koudelka nel produrre retrospettivamente una serie di fotografie che dipingessero i contrasti della vita immersi nella realtà della mia personale terra italica, che santa non è e che mai forse lo diventerà. Arabeggiante colonna sonora di Black Hawk Down nel mio paese dove l’equilibrio è fuori moda e che stenta a prendere la via di fuga da una sciatteria morale.

Il futuro non appartiene ai deboli di cuore, ma ai coraggiosi.

Shooting my Holy Land

Koudelka de noantri

Difficile pensare che uno come me, figlio di americana figlia di emigrati italiani anni’20, figlio di padre italiano che ha vissuto a Rodi e i cui genitori erano di Viterbo e di Santa Maria Capua Vetere, uno come me che ha abitato a New York poi a Roma e poi a Viterbo passando per Montefiascone, beh è difficile pensare che abbia radici.

Sembro più Pasquale Ametrano, con la stessa capacità di utilizzare in maniera propria la sua mitica frase finale in calabrese.

Zio Josef (Koudelka) mi ha stimolato a rielaborare le mie foto archeologiche, scegliendo tra molte quelle che più o meno facessero il verso, più o avvicinandosi lontanamente, al suo progetto di lunghissimi anni esposto nella mostra “Radici” all’Ara Pacis di Roma.

Dice Cristiano, Magister Imaginis, che è proprio quel lontanamente che ci frega. Tuttavia, la fotografia è un momento dell’animo che rende più concreto quell’idea di creazione disegnata nella mente, anche con un semplice ritaglio 6×17.

Le foto sono state scattate a Selinunte, Segesta, Atene, Olimpia, Lecce, Ferento, Roma.

Salento high key

Bisognerebbe capire se veramente sia stato necessario l’intervento di cataratta che ho subìto a Gennaio. Prima non miravo con l’occhio destro, adesso sono accecato con l’occhio destro. Alla fine, la mente è sempre in contrasto con la vista. Fortunatamente, decide e vince sempre il cuore, sensibile agli abbagli di particolari emozioni.

Uncommon Salento

Chi cammina ha sempre un motivo per farlo, e non è difficile intuire quanto si affondi nella sabbia se non si è leggeri, di corpo e di cuore. Africani giovani e vecchi, pesanti nel carico ma spesso nell’apparenza leggeri, italiani sicuramente pesanti nell’incedere ma chissà se così leggeri nel fatalismo della vita.

La mia storia di un caldo africano in Italia, vista tra un telo e un cocco al microfono

Risciacquare i panni in Arno

Manzoni voleva incitare, con questa frase, all’uso della lingua italiana colta prendendo spunto da quello che lui stava facendo nel suo romanzo: insomma, una mezza specie di sistemazione senza troppi clamori. Per un pindarico senso traslato, tuttavia, la locuzione ha assunto un significato ammiccante, dove il panno sporco sarebbe il fattaccio di casa o qualcosa che si vorrebbe purificare senza esporsi al pubblico ludibrio.

Eccoci, infatti, con i panni di Viterbo: momento tormentato per la Giunta comunale a causa dello stato di abbandono in cui versa la città per quanto riguarda i servizi essenziali. Ironicamente, Viterbo si è trasformata in Viterba.

La visione e l’odore fotografico dei panni lavati però è di buon auspicio.

Visit Vitozza

La storia di Vitozza rupestre la trovate qui. Per arrivarci, mettete su Google Maps la località di San Quirico in provincia di Grosseto ed il gioco è fatto.

Una passeggiata agile, in un bosco fresco e con un buon sentiero. C’è anche una foresteria all’ingresso del percorso (a circa 1 km dal parcheggio) che forse è aperta nei momenti di maggior traffico.

In sintesi, città con insediamento forse romano, poi sviluppo medioevale e inizio dell’abbandono nel Quattrocento, viste le guerre tra Aldobrandeschi, Orsini ed altri signori locali. Nel Settecento i Lorena fanno un censimento di quelli che vivono negli insediamenti rupestri, perché di questo si trattava, annotando anche la fuga, nel 1783, verso San Quirico.

Si possono ammirare i ruderi du due castelli, di una “Chiesaccia”, e di colombari di impianto presumibilmente romano.

Da notare un’ottima cura del luogo perché non abbiamo visto plastica.

I 6 km circa di percorso saranno sicuramente ricompensati da una sosta mangereccia a Il Tagliere Maremmano.

Tangeri – Inshallah

Lungo la banchina del porto di Tangeri, giornata afosa e non del tutto soleggiata, si sente odore di porto confuso. L’unica cosa è seguire quelle insegne rosse della FRS per tentare di trovare il gruppo che dovrebbe rappresentare il “tour” della città, già organizzato dall’Italia. Mi si avvicina un signore alto, calvo, faccia oblunga, occhi profondi come quelli degli arabi, e mi chiede: “private?” Alla fine capisco che voleva sapere se avessimo riservato una escursione con guida privata, e questo non era il nostro caso (anche se aveva rappresentato la nostra prima scelta poi – fortunatamente – scartata). Quel “private” mi suonava familiare, con un accento molto vicino alla mia infanzia, ma lasciamo perdere, visto che siamo in Africa e gli USA ce li dobbiamo proprio scordare, a meno che di non volersi beccare una giornata in gattabuia.

Guarda un po’, quel tipo che mi aveva ingannevolmente blandito con l’illusione della visita privata, beh era la guida del gruppo. Bla bla bla, soliti convenevoli in pullman, gita, casbah, shopping, e quel suo accento araboamericano mi incuriosiva sempre di più. La gita sta per terminare, ed il nostro signore arabo ci concede 45 minuti di tempo libero passato a respinegere con poca fortuna venditori di disperazione con souvenir improbabili che in parte abbiamo “accattato” (il paragone con Napoli non è del tutto casuale). “I have no more money” gli dico tanto per scherzare, mentre sorseggiava un the alla menta al bar Tangier, e lui abbozza un sorriso di circostanza. Io, come un cretino, dopo cinque dico cinque minuti gli accenno “I’m done” (ed in effetti ci hanno ammazzato i venditori), beccandomi senza mezzi termini la sua irritazione a fronte del mio scherzare. No, questo non era chiaro: l’arabo continua dicendomi che ci aveva avvertito, che dovevamo allontanare i venditori, ed a un certo punto si tradisce facendo trasparire la sua contrarietà per questa situazione. Allora, siamo in sintonia: ci testimoniamo a vicenda la sensibilità verso il popolo, verso la dignità della vita soprattutto dei più piccoli costretti a vendere gomme americane (bella l’ironia nei paesi arabi), verso la latitanza del governo e l’insensibilità dell’occidente. Io avevo ragione, quel “private” lo conoscevo, l’arabo aveva studiato a Chicago, era ingegnere elettromeccanico ed aveva abbandonato gli USA solo per amore del suo popolo rinunciando ad uno stipendio di insegnante universitario. La Casbah? Molto interessante, ma la conoscenza di quel signore “private” lo è stata molto di più.

What women want

Non ho mai pensato che il titolo del post dovesse rispecchiare qualcosa di politically correct così in voga oggi. Io, nei miei giri museali, ho fotografato per lo più quadri, tralasciando chissà perché la scultura fino a poco fa. Per qualche strano motivo, invece, sono stato preso da quelli sguardi eburnei (che termine desueto, come desueto stesso) che ben impressionano il sensore in bianco e nero. Che sia il Verrocchio o un neoclassico del Settecento, quelle intensità sono le stesse immutate nel tempo quando anche immortalate da Prassitele o da Canova.